L'esposizione di Chiara - seconda parte

scritto da Vittoria Solari
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Autore del testo Vittoria Solari

Testo: L'esposizione di Chiara - seconda parte
di Vittoria Solari

L'esposizione di Chiara

Seconda parte

Il giorno dopo Giovanni compiva dodici anni, e nessuno se ne ricordò.

Non era cattiveria. La signora Porta uscì di casa alle sei e tornò alle undici di sera, con le scarpe grigie di cenere. L’ingegnere uscì alle sette, come sempre, e a tavola, a mezzogiorno, c’eravamo solo io e Giovanni e la cameriera che serviva. In cucina non c’era nessuna torta. Nell’ingresso nessun pacchetto. Giovanni mangiò la sua minestra, e alzò gli occhi una volta sola, verso la porta, quando sentì dei passi; ma era il portinaio con la posta.

Io lo sapevo dal giorno in cui ero arrivata. La signora Porta me l’aveva detto nel salotto piccolo, «ne compirà dodici in agosto», e io l’avevo scritto sul quaderno nero, con la data. Non avevo fatto niente per ricordarlo agli altri. Avrei potuto dire qualcosa alla cameriera, la sera prima, o lasciare un biglietto alla signora. Non lo feci. Non per crudeltà: perché quella casa, il quattro agosto, era una casa in cui si era rotto qualcosa, e un compleanno ricordato per forza, da un’istitutrice, sarebbe stato un’altra cosa rotta.

Nel pomeriggio lo portai sulla sopraelevata. Non dovevamo andare da nessuna parte. Salimmo al parco, dove il fumo ormai era solo un odore, e facemmo tutto il viaggio fino in Piazza d’Armi, e lì, senza scendere, aspettammo che il treno ripartisse.

A metà strada, quando il rumore era più forte, tirai fuori dalla borsa una busta e gliela diedi.

Dentro c’era una fotografia. L’avevo comprata a luglio da un fotografo che lavorava nella via del Cairo e faceva i ritratti ai visitatori davanti al ristorante, e che per due soldi mi aveva venduto anche una delle sue lastre di prova. C’erano il vecchio con il fez, seduto sul suo sgabello con la pipa, e accanto a lui Sultan, il cammello, con il labbro che pendeva e l’aria di sopportare il mondo. Dietro, con la mia calligrafia, avevo scritto: Per Giovanni, 4 agosto 1906.

Lui la guardò a lungo. Poi guardò la data. Poi guardò me.

«Grazie» disse.

Lo disse intero. Non so se fu il rumore, o se fu altro. Poi rimise la fotografia nella busta, con molta cura, e la busta nella tasca interna della giacca, e per il resto del viaggio guardò fuori, e ogni tanto si toccava la giacca, lì, sopra la tasca, come per controllare che ci fosse ancora.

Nessuno in casa seppe mai di quella fotografia. Non gliel’avevo chiesto io. Fu lui a non dirlo, e io capii che quella cosa era sua, e che per la prima volta aveva qualcosa di suo che gli adulti della casa non conoscevano.

*

La ricostruzione cominciò il giorno stesso. Il comitato generale deliberò che tutto sarebbe stato rifatto, e in fretta: le sale, le vetrine, i pavimenti, perfino le cupole. Chiamarono l’ebanista Quarti, che era il più bravo di Milano, e lui mise al lavoro cento uomini, e per settimane, al parco, si sentì battere il martello dalla mattina alla sera.

La mostra dei lavori femminili era andata tutta. Merletti, ricami, sete, bambole, i cartellini scritti a mano. Bisognava ricominciare, chiedere ai laboratori e alle scuole di mandare altri lavori, rifare gli elenchi, riscrivere i cartellini. La signora Porta lo fece. Stava in una baracca di legno accanto al cantiere, con un tavolo e due sedie e la finestra sempre aperta per il caldo, e scriveva lettere, e riceveva le ragazze dei laboratori che arrivavano con i pacchi, e le ringraziava una per una.

Le altre signore del comitato vennero anche loro. Vennero, soprattutto, a discutere.

Io e Giovanni c’eravamo spesso, e le sentimmo. Si discuteva di chi avesse avuto la colpa: se il fuoco fosse partito dal padiglione degli orafi, o da un fornello dimenticato, o da una sigaretta. Si discuteva di chi avesse detto, in primavera, che le sale erano troppo piene di stoffa. La signora Villa diceva di averlo detto lei. La signora Crivelli diceva di averlo detto per prima, a voce, in una riunione di cui non c’era il verbale. Si discuteva di chi avrebbe accompagnato il re alla riapertura, e di chi sarebbe stato nella fotografia per l’Illustrazione Italiana, e in che posizione.

La signora Porta, in quelle discussioni, non diceva quasi niente. Scriveva. Una volta alzò la testa dalle sue lettere, guardò la signora Crivelli che parlava, e poi guardò me, per un istante, e io vidi nei suoi occhi una stanchezza che non era solo stanchezza.

Giovanni stava seduto su una cassa vuota, vicino alla porta della baracca, e ascoltava. Non si ritirava più dietro di me. Guardava le signore del comitato con attenzione, con la stessa attenzione con cui guardava le valvole dei palloni, e una sera, sul treno, mi disse:

«Parlano tutte di chi aveva ragione prima. Nessuna parla di quello che c’è da fare adesso. Solo la m-mamma.»

Era la frase più lunga che gli avessi mai sentito dire sul treno. Aveva inciampato una volta sola, su sua madre.

La galleria riaprì a metà settembre, alla presenza del re. Nella fotografia dell’Illustrazione Italiana la signora Crivelli è in prima fila, a destra della contessa. La signora Porta è in terza fila, mezza nascosta da un cappello. Quando il giornale arrivò in via Borgonuovo, Giovanni la cercò con il dito finché non la trovò.

*

Fu la signora Porta a chiedermelo, una sera di fine agosto, quando la galleria era ancora un cantiere.

Era tornata tardi. L’ingegnere era già andato a letto, e Giovanni anche, o così credevamo. Lei si era seduta nel salotto piccolo senza togliersi il cappello, e quando passai per augurarle la buonanotte mi chiese di restare. Mi fece sedere di fronte a lei, come il primo giorno. Sul tavolino c’erano due bicchierini e una bottiglia di rosolio che non l’avevo mai vista toccare.

«Perché ha lasciato il posto a Torino?» mi chiese.

Non me l’aveva mai chiesto. Io avevo sempre pensato che non lo chiedesse per discrezione, e forse era così; ma quella sera aveva gli occhi di una persona che ha perso una cosa a cui teneva, e che per questo ha smesso di avere paura di chiedere.

Glielo raccontai.

Le dissi che a Torino c’era un bambino di otto anni che si chiamava Emilio, e che non parlava con nessuno. Non balbettava: non parlava e basta, stava ore seduto sotto il tavolo della cucina a mettere in fila i bottoni. I genitori erano persone per bene e disperate. Io ero arrivata da Berlino con i miei quaderni, i miei metodi, le mie certezze. Avevo fatto un programma, con gli orari e gli esercizi, e l’avevo applicato. Lo avevo tirato fuori da sotto il tavolo, ogni mattina, con dolcezza e con fermezza, come si doveva. Gli avevo dato dei compiti, dei premi, delle piccole conquiste da raggiungere. Avevo scritto relazioni settimanali ai genitori.

«E non ha funzionato» disse la signora Porta.

«È peggiorato. Ogni settimana un po’. Io vedevo che peggiorava, e pensavo che il metodo richiedesse tempo, e insistevo. Non ho mai pensato che fossi io. Non ho mai pensato che lui, sotto il tavolo, stava bene, e che io ero l’ennesima persona che veniva a dirgli che doveva uscire.» Mi fermai. «Mi hanno licenziata dopo un anno. Con molta cortesia. Qualche mese dopo ho saputo da una conoscente che l’avevano messo in un istituto, a Chieri.»

La signora Porta non disse niente. Versò il rosolio nei due bicchierini, e me ne porse uno.

«E con Giovanni?» chiese dopo un po’.

«Con Giovanni guardo» dissi. «Guardo e aspetto. È la sola cosa che ho imparato.»

Lei annuì lentamente. Poi disse una cosa che non mi aspettavo.

«Anch’io, quando è bruciato tutto, ho pensato che era colpa mia. Che avevo messo troppe cose, troppa stoffa. Non è vero, lo so. Ma l’ho pensato lo stesso, per tre giorni.» Bevve un sorso. «Credo che le persone come noi pensino sempre che sia colpa loro. È un modo di credere di contare qualcosa.»

Rimanemmo lì ancora un poco, in silenzio, con i bicchierini in mano. Poi lei si alzò, mi toccò la spalla, e andò a dormire.

Salendo in camera mia, sul pianerottolo del secondo piano, vidi una cosa bianca muoversi in cima alla scala. Era il pigiama di Giovanni. Scomparve subito, dietro la porta della sua stanza, e la porta si chiuse senza rumore. Non so da quanto fosse lì. Non so quanto avesse sentito.

*

Il giorno dopo, sul treno, non ne parlò. Guardò fuori per tutto il viaggio d’andata, e io pensai che forse non aveva sentito niente, o che aveva deciso di non averlo sentito. Poi, al ritorno, quando il treno prese la curva lunga e il rumore raddoppiò per un momento, si voltò verso di me.

«Come si chiamava?» disse.

Non chiese chi. Non ce n’era bisogno.

«Emilio» dissi.

Lui annuì. Guardò di nuovo fuori. E dopo un po’, senza voltarsi, disse:

«Io sotto il tavolo non ci vado.»

Non so se voleva consolarmi, o se voleva dirmi un’altra cosa, più sua. Forse tutte e due. Era la prima volta, in cinque mesi, che mi chiedeva qualcosa di me.

*

In settembre il parco si svuotava nelle ore calde, e io e Giovanni avevamo preso l’abitudine di sederci sotto i platani vicino al laghetto, dietro l’Acquario, dove c’era una siepe di bosso alta e un’ombra buona. Lui leggeva. Io correggevo i suoi esercizi di latino, che erano migliori di quanto l’ingegnere sapesse.

Fu da lì, da dietro la siepe, che vedemmo Nicola Lanzillotti.

Era solo. Non c’era il gruppo, non c’erano le cugine con i fiocchi. Camminava lungo la riva del laghetto con le mani in tasca, lento, e si guardava intorno come si guarda chi cerca qualcosa da fare. Sul bordo della vasca, poco più in là, c’era un bambino di sei o sette anni, figlio di una delle donne che vendevano le ciambelle al chiosco lì vicino. Aveva un vestitino da marinaio troppo grande e una barchetta di legno legata a uno spago, e la faceva andare avanti e indietro sull’acqua, parlando da solo, felice.

Nicola si fermò accanto a lui. Guardò la barchetta. Il bambino alzò gli occhi, e gli sorrise, e gli disse qualcosa, credo che gli chiedesse se voleva provare. Parlava bene, quel bambino. Parlava svelto e chiaro, come parlano i bambini che nessuno ha mai corretto.

Nicola prese lo spago. Lo tirò piano, la barchetta venne a riva. La guardò, la rigirò tra le mani come aveva rigirato il berretto di Giovanni. Poi la posò per terra, e ci mise sopra il piede, e premette, finché non si sentì il legno cedere.

Il bambino rimase a bocca aperta. Non piangeva ancora. Guardava la barchetta rotta, poi guardava Nicola, e non capiva. Non aveva fatto niente. Non aveva balbettato, non aveva dato fastidio, non aveva detto niente di sbagliato. Aveva offerto la sua barchetta.

Nicola gli sorrise. Quel sorriso da fotografia. Poi si voltò e se ne andò, con le mani in tasca, lento come prima, e passando accanto a un gatto grigio che dormiva sul muretto gli diede un colpo secco sulla schiena con il dorso della mano, senza nemmeno guardarlo, come si scaccia una mosca. Il gatto saltò via soffiando. Nicola non si voltò.

Poco più in là c’era una signora con un ombrellino color crema, che lo chiamò. Era sua madre: lo capii dal modo in cui lui cambiò. Le corse incontro, le prese il braccio, le disse qualcosa che la fece ridere. Da lontano sembrava il figlio che tutte le madri vorrebbero, e forse per lei lo era.

Il bambino col vestito da marinaio, alle nostre spalle, aveva cominciato a piangere. La madre uscì dal chiosco e corse da lui.

Giovanni non si era mosso. Aveva il libro aperto sulle ginocchia, e guardava il punto dove Nicola era sparito, dietro gli alberi, sottobraccio alla signora con l’ombrellino. Aveva la faccia di quando aveva guardato la signora Crivelli davanti alla vetrina. Ma c’era dell’altro, questa volta: qualcosa che somigliava al sollievo, e qualcosa che somigliava allo spavento.

«Quel bambino non gli ha fatto niente» disse. Piano, senza inciampare.

«No.»

«E il gatto nemmeno.»

«No.»

Non dissi altro, e lui non chiese altro. Raccolse il libro, e tornammo verso l’uscita, e passando davanti al chiosco delle ciambelle Giovanni si fermò, frugò in tasca, e comprò una ciambella che non mangiò. La lasciò sul bancone, davanti al bambino col vestito da marinaio, che aveva ancora in mano i pezzi della barchetta. Poi venne via senza dire niente.

*

Sul treno, quel giorno, fui io a parlare. Fino ad allora non l’avevo quasi mai fatto, e lo feci perché capivo che quella cosa, da solo, poteva capirla a metà: poteva capire che non era colpa sua, e poi da lì scivolare nell’idea che allora bisognava farsi furbi, o cattivi, o farsi scudo. Aspettai che il rumore fosse forte. Poi dissi:

«Ci sono persone che sono così, Giovanni. Non per colpa tua, e non per colpa di nessuno. Con loro non si discute, e non si cerca di piacere: non serve, e non è giusto. Si sta lontani. E quando vengono a prenderti quello che è tuo, non glielo si dà.»

Lui non rispose. Guardava fuori. Dopo un lungo momento, quasi quando stavamo arrivando, lo vidi portare la mano alla tasca interna della giacca, dove teneva la fotografia del cammello, e posarla lì, piatta, come per tenerla ferma.

*

Carlino Rusca cadde dal viadotto della sopraelevata dieci giorni dopo, un martedì, alle tre del pomeriggio.

Era il più piccolo del gruppo di Nicola, quello che sotto la torre, ad aprile, aveva riso poco e poi guardato per terra. Aveva dieci anni, gli occhiali, e una governante tedesca, una Fräulein alta e magra che lo seguiva a due passi dovunque andasse, con un ombrellino in una mano e un orologio nell’altra, e che quel pomeriggio stava a due passi anche lei. Io la conoscevo di vista. Ci eravamo salutate qualche volta, con un cenno, come si salutano due persone che fanno lo stesso mestiere in due modi diversi.

Io e Giovanni stavamo passando sotto il viadotto, dove la ferrovia scavalca il viale prima di entrare nel parco, e li vedemmo prima di sentirli. Nicola e altri due ridevano, con la testa all’insù. Sulla prima traversa di ferro del pilone, a tre o quattro metri da terra, c’era un berretto blu da marinaio. Lo aveva lanciato Nicola, lo capii subito. Era lo stesso gesto largo del berretto di Giovanni nel recinto dei palloni.

«Vai a prenderlo, Rusca» diceva Nicola. «Se lo prendi, sei dei nostri. Davvero, stavolta.»

Carlino guardava il berretto. Poi guardava Nicola. Poi guardava la Fräulein, che stava parlando con un’altra governante e gli dava le spalle.

Sentii Giovanni irrigidirsi accanto a me. Fece un passo avanti, e credo che volesse dire qualcosa. Non ne ebbe il tempo.

Carlino si aggrappò ai bulloni del pilone e cominciò a salire. Salì in fretta, meglio di quanto avrei pensato, e arrivò quasi alla traversa, e allungò la mano verso il berretto. E proprio in quel momento, sopra di lui, passò il treno.

Il rumore della sopraelevata, visto da sotto, è un’altra cosa. È un tuono che ti cade addosso, che fa vibrare il ferro fino a terra. Carlino si spaventò. Lo vidi staccare una mano per coprirsi l’orecchio, un gesto istintivo, di bambino; e con l’altra non riuscì a tenersi.

Cadde di schiena, sul selciato, con un rumore che non ho più dimenticato.

La Fräulein si voltò e cominciò a urlare, in tedesco, con le mani sulla faccia. Le altre governanti urlarono con lei. Nicola e gli altri due non urlarono: corsero via. Li vidi sparire dietro i platani, senza voltarsi.

Io non pensai. Pensai dopo, quella notte, per molte ore. In quel momento corsi, e mi inginocchiai accanto a Carlino, che non piangeva, che mi guardava con gli occhi spalancati dietro gli occhiali storti e non riusciva a respirare. La gamba sinistra era piegata in un modo in cui una gamba non si piega. A Berlino, nei corsi del Pestalozzi-Fröbel-Haus, c’era un medico che una volta al mese insegnava alle future maestre cosa fare quando un bambino si fa male, e io me ne ricordai tutto, parola per parola, come se lo stessi leggendo.

«Non muoverti» dissi a Carlino. «Respira piano. Guardami.» Gli tenni ferma la gamba con le due mani, sopra e sotto il punto dove era rotta. Poi alzai la testa. «Giovanni. Corri all’ingresso, dalle guardie. Di’ che c’è un bambino caduto sotto il viadotto, con una gamba rotta. Che portino una barella e chiamino il medico. Vai.»

Giovanni mi guardò per un istante. Non l’avevo mai sentito dare un ordine a nessuno, e non avevo mai dato un ordine a lui. Poi corse.

Tornò dopo dieci minuti con due guardie e una barella, e dietro, di corsa, un medico del posto di soccorso dell’esposizione. Seppi dopo che alle guardie aveva detto tutto quello che doveva dire, di fila, con il fiato corto, senza che nessuno lo interrompesse. Una delle guardie me lo raccontò con meraviglia: il ragazzino aveva spiegato dove, cosa e come, meglio di un adulto.

Il medico mi fece togliere le mani dalla gamba di Carlino solo quando ebbe la stecca pronta. Poi lo portarono via. La Fräulein camminava accanto alla barella, piangendo, e continuava a ripetere che si era voltata soltanto per un momento. Era vero. Era stato soltanto un momento.

*

Sul treno, al ritorno, parlai io. Aspettai che il rumore fosse forte, e questa volta il rumore mi sembrò un’altra cosa, dopo averlo sentito da sotto.

«Hai visto cosa ha avuto in cambio?» dissi.

Giovanni non rispose. Guardava davanti a sé.

«Un berretto» dissi. «E la promessa di Nicola che stavolta sarebbe stato dei loro. Che poi Nicola non l’avrebbe mantenuta, lo sai anche tu. Ecco cosa ha avuto. E cosa ha pagato, invece, lo sapremo tra qualche mese. Ma io ho sentito la gamba, Giovanni. Ho paura che zoppicherà. Forse per sempre.»

Non lo dicevo per spaventarlo. Lo dicevo perché era vero, e perché capivo che quella era la cosa da capire, e che non sarebbe venuta da sola.

«Ci sono sbagli piccoli» dissi. «Come il tuo treno sbagliato, a maggio. Fanno paura, e poi non succede niente. E ci sono sbagli grandi, che ti porti dietro tutta la vita. La cosa difficile non è evitare tutti gli sbagli. Non ci riesce nessuno. La cosa difficile è capire quali sono grandi. E quando uno è grande, chiederti cosa ci guadagni. Carlino ha rischiato una gamba per un berretto e un sorriso di Nicola.»

Giovanni restò zitto a lungo. Poi disse:

«La Fräulein era lì.»

«Sì.»

«E non è servito.»

«No» dissi. «Non è servito.»

*

Quella sera l’ingegnere seppe tutto. Lo seppe dalla signora Porta, che lo aveva saputo da un’altra signora del comitato, che lo aveva saputo dalla madre di Carlino, e la storia, passando di bocca in bocca, era diventata un’altra: un bambino caduto dalla sopraelevata, un’istitutrice che c’era, il nome dei Porta mescolato alla faccenda.

A cena l’ingegnere posò la forchetta.

«Da domani Giovanni non prende più quel treno» disse. «Né altri treni. Andrete in carrozza, dove dovete andare, e al parco resterete sui viali.»

«Luigi…» disse la signora Porta.

«Ho la responsabilità di questo ragazzo» disse l’ingegnere, e non alzò la voce. «Gli sbagli piccoli si rimediano. Quelli grandi no. È per questo che ci sono i genitori: per evitare ai figli gli sbagli che non si rimediano. È per il suo bene.»

Giovanni guardava il piatto. Io vidi le sue mani, sotto il tavolo, chiudersi.

Quella notte non dormii. Stavo seduta sul letto, sotto il tetto, con il quaderno nero sulle ginocchia, e facevo i conti. Se tacevo, conservavo il posto: sarei rimasta fino a novembre, avrei avuto una lettera di referenze, forse un altro posto dopo. Ma Giovanni avrebbe perso il treno, cioè l’unico posto al mondo dove parlava. Se parlavo, potevo essere licenziata la mattina dopo. E dopo Torino, un secondo licenziamento in due anni voleva dire, per una come me, non trovare più niente, se non come cameriera. Era un rischio grande. Lo scrissi in colonna, e lo guardai a lungo.

Poi guardai l’altra colonna. E mi accorsi che da due anni, da Torino, avevo paura di tutto, e che proprio per questo non avevo mai sbagliato niente, e non avevo mai fatto niente.

La mattina dopo bussai alla porta dello studio.

L’ingegnere era alla scrivania, già vestito, con dei fogli davanti. Mi fece entrare e non mi fece sedere.

«Ingegnere» dissi, «lei ha ragione: gli sbagli grandi esistono. Ieri ne ho visto uno, e l’ho tenuto con le mie mani. Ma quel bambino aveva la sua governante a due passi. Il controllo non l’ha salvato. Quello che l’ha fatto cadere non era la libertà: era la voglia di piacere a qualcuno che non lo meritava. E da quello non lo salva nessuna Fräulein e nessun divieto. Può salvarlo solo lui, se ha imparato a pesare le cose.»

L’ingegnere mi guardava senza espressione.

«Se lei toglie a Giovanni il treno» continuai, «non gli toglie un pericolo. Gli toglie l’unico posto dove parla. Lei non lo sa, perché lei non c’è. Sul treno suo figlio parla, ingegnere. Parla intero. Mi spiega il ciclo a quattro tempi meglio di come me l’abbia mai spiegato nessuno. Gli sbagli grandi non si evitano tenendo i ragazzi chiusi in carrozza. Si evitano insegnando loro a riconoscerli. Tenerli chiusi evita soltanto una cosa: che possano cogliere quello che hanno davanti.»

Si fece un silenzio lungo. Fuori, nel corridoio, sentii uno scricchiolio del pavimento, e seppi, senza bisogno di voltarmi, chi c’era.

«Ha finito, signorina?» disse l’ingegnere.

«Sì.»

«Allora può andare.»

Uscii. Nel corridoio non c’era nessuno, e la porta della camera di Giovanni era chiusa. Salii in camera mia e aspettai che venissero a dirmi di fare il baule.

Non venne nessuno. A pranzo la signora Porta mi disse, senza guardarmi, che ne aveva parlato con suo marito, e che dal lunedì potevamo riprendere la sopraelevata. Non so cosa si fossero detti. So che l’ingegnere, a cena, non mi rivolse la parola, e che la sera dopo sì, per chiedermi di passargli il sale. Da un uomo come lui, era una resa.

*

Il lunedì, sul treno, Giovanni aspettò la curva lunga, quella dove il rumore raddoppia. Poi disse:

«Lei ha detto a papà delle cose. Poteva mandarla via.»

«Sì.»

«E perché l’ha fatto?»

Gli raccontai di Berlino.

Gli dissi che avevo trent’anni quando avevo deciso di andarci, e che mio padre, che era un brav’uomo e un impiegato del catasto, me lo aveva proibito. Con le stesse parole di suo padre: per il mio bene. Una donna sola, non più giovane, all’estero, in una città di protestanti, a studiare cose che in Italia non servivano a niente. Gli sbagli grandi, diceva mio padre, sono quelli che non si rimediano, e questo è uno di quelli. Aveva ragione a metà. Era un rischio grande, e io lo sapevo. Ma dall’altra parte c’era tutta la mia vita, e io l’avevo pesata. Ero partita lo stesso, con una valigia e i soldi di una zia.

«E ha fatto bene?» chiese Giovanni.

«Sì. È stata la cosa migliore che abbia mai fatto.»

«E Torino?»

Mi aspettavo la domanda, e pure mi fece male.

«Torino è stato il mio errore grande» dissi. «E sai quando l’ho fatto? Non quando ero giovane e coraggiosa. Dopo. Quando ero diventata prudente, e seguivo le regole, e avevo tanta paura di sbagliare che non guardavo più il bambino che avevo davanti.» Guardai fuori. «Anche gli errori grandi non sono la fine, Giovanni. Io sono ancora qui. Ci si rialza. Ma non si torna indietro.»

Lui ci pensò fino alla Piazza d’Armi. Quando il treno si fermò, e il rumore finì, mi disse:

«Allora lei ha pesato.»

«Sì.»

«Come Carlino. Ma al contrario.»

Non avrei saputo dirlo meglio.

*

Il professor Giuseppe Majno lo avevo visto due o tre volte, sempre di passaggio.

Dirigeva la ditta dell’ingegnere, e sedeva nel comitato della sezione delle macchine, e quando attraversava la Galleria del Lavoro lo si capiva prima di vederlo, perché le persone intorno cambiavano postura. Era un uomo non alto, magro, elegantissimo, con i baffi bianchi curati e un bastone d’ebano che non gli serviva. Parlava piano. Non aveva bisogno di alzare la voce, in mezzo a quel frastuono di macchine: bastava che parlasse, e gli altri si chinavano verso di lui per sentirlo.

L’ingegnere, quando il professore passava, si metteva sull’attenti. Non proprio: ma quasi. Io lo notai la prima volta a giugno, e lo annotai senza pensarci, come si annota il tempo che fa.

L’ultimo mercoledì di settembre arrivammo alla Galleria più tardi del solito, perché la sopraelevata si era fermata per un guasto e avevamo aspettato mezz’ora sul viadotto, sospesi sopra un cortile pieno di galline. Allo stand della ditta l’ingegnere non c’era. C’era un operaio, un uomo anziano con il grembiule di cuoio, che ci disse che l’ingegnere era sul retro, e di aspettare.

Uno dei tre motori era fermo. Aveva il coperchio aperto, e dei pezzi posati su un panno per terra, e l’operaio ci girava intorno con la faccia di chi aspetta qualcosa che non arriva.

Mentre aspettavamo, si avvicinò un custode della Galleria che conoscevo, un veneto gentile che mi aveva aiutata a ritrovare un ombrello a luglio, e mi chiese se avessimo visto la nuova macchina per fare le sigarette, due corsie più in là. Mi fermai a parlare con lui. Fu un minuto, forse due. Quando mi voltai, Giovanni non c’era più.

Non mi spaventai subito. Giovanni conosceva la Galleria meglio di me, e sapevo che a volte si allontanava per guardare una macchina da vicino. Lo cercai tra i telai, poi tra le presse, poi davanti alla macchina delle sigarette. Non c’era. Allora mi spaventai. Girai tutta la corsia, e quella dopo, e tornai allo stand, dove l’operaio con il grembiule scosse la testa. Passarono dieci minuti. Poi quindici. Stavo per andare a cercare una guardia quando lo vidi arrivare.

Veniva dal fondo del capannone, da dove c’erano le macchine grandi, quelle che non andavano: una pressa idraulica alta come una stanza, coperta per metà da un telo, e dietro, un corridoio stretto che portava agli uffici delle ditte. Camminava piano. Aveva la faccia bianca, bianca come la carta, e le mani lungo i fianchi.

«Dov’eri?» dissi, più brusca di quanto volessi.

Lui mi guardò. Non rispose. Non era il silenzio della parola che non esce: era un’altra cosa. Era il silenzio di chi ha in bocca qualcosa di troppo grande per passare.

In quel momento, dal corridoio dietro la pressa, uscì il professor Majno. Camminava con il suo bastone, tranquillo, e si stava rimettendo i guanti. Passò accanto allo stand senza fermarsi, fece un cenno all’operaio con il grembiule, un cenno che l’operaio non ricambiò, e andò verso l’uscita. Giovanni lo seguì con gli occhi finché non scomparve.

Dieci minuti dopo arrivò l’ingegnere.

Arrivò dallo stesso corridoio, con la redingote abbottonata e i capelli pettinati. Ci vide, e il suo viso fece quello che faceva sempre: si aggiustò. Disse buongiorno. Si scusò per il ritardo, disse che c’era stato un problema con un fornitore. Poi guardò Giovanni, e gli chiese, come ogni mercoledì, di dirgli cos’era quel pezzo posato sul panno.

Giovanni guardò il pezzo. Poi guardò il padre. Lo guardò a lungo, in faccia, come non l’avevo mai visto guardarlo: non gli occhi, che di solito evitava, ma tutta la faccia, gli occhi e la barba e le guance, come si studia una carta geografica.

«È la v-valvola di scarico» disse. «Papà.»

L’ingegnere annuì. Aspettava, credo, l’inciampo successivo, per correggerlo. Ma Giovanni non aggiunse altro, e continuò a guardarlo, e dopo un momento fu l’ingegnere ad abbassare gli occhi, a voltarsi verso il motore fermo, a dire all’operaio qualcosa sul fornitore.

Tornammo al parco con la sopraelevata. Giovanni si sedette dalla parte del finestrino, come sempre, e per tutto il primo tratto non disse niente.

*

Nel tratto dove la ferrovia gira sopra gli orti prima di scendere verso il parco, il treno fece il suo rumore più forte, quello che faceva tremare le tendine. E Giovanni, senza voltarsi, cominciò a parlare.

Parlò per tutto il resto del viaggio, e poi, quando scendemmo, gli chiesi se voleva rifare il giro, e lui disse di sì, e rifacemmo il giro, e lui continuò. Non inciampò quasi mai. Io non lo interruppi una volta. Quello che racconto qui è quello che mi disse lui, con le sue parole, per quanto me le ricordo.

Mi disse che era andato a guardare la pressa idraulica, quella grande, dietro il telo, perché voleva vedere come era fatto il pistone. Che si era infilato tra la pressa e il muro, dove c’era uno spazio stretto, e che da lì, attraverso una fessura tra due assi, si vedeva il corridoio degli uffici. Che nel corridoio c’era una porta aperta, e dentro la porta suo padre.

C’era anche il professor Majno, seduto. Suo padre era in piedi. C’era anche un ragazzo, un apprendista della ditta, di quindici o sedici anni, che stava vicino alla porta con in mano un pezzo di motore rotto, e non sapeva se poteva andarsene.

Il professore parlava piano. Giovanni disse che all’inizio non capiva cosa dicesse, e poi capì. Parlava del motore fermo. Diceva che il motore si era fermato davanti al pubblico, che c’era stato anche il sindaco, e che era una vergogna per la ditta. Suo padre disse che il pezzo rotto veniva dal fornitore nuovo, quello che…

«Quello che aveva scelto lui» disse Giovanni. «Il professore. Papà lo sapeva. Si vedeva che lo sapeva. Ma non l’ha detto. Ha detto “il fornitore nuovo” e poi si è fermato.»

E il professore, disse Giovanni, aveva alzato una mano, come per dire basta. E poi aveva detto:

«Ripeta, Porta. Non ho capito.»

Giovanni si fermò. Il treno correva. Io vidi che si teneva le mani strette tra le ginocchia.

«Ha detto “ripeta”» disse. «Come dice lui a me. Uguale.»

E suo padre aveva ripetuto. Aveva cominciato a dire di nuovo la frase del fornitore, e a metà si era perso, aveva detto una parola sbagliata, si era corretto, e il professore lo guardava con la testa un po’ piegata, senza aiutarlo, con la pazienza di chi aspetta che un altro faccia una brutta figura fino in fondo. E l’apprendista guardava per terra.

Alla fine il professore aveva detto: «Lei ha cinquant’anni, Porta. Alla sua età dovrebbe sapere che le scuse non si dicono. Si evitano.» E poi: «Vada pure. E si aggiusti la cravatta, che la gente la guarda.»

Suo padre aveva detto: «Sì, professore.»

Il professore si era alzato, aveva preso il bastone e i guanti, ed era uscito. L’apprendista gli era andato dietro, quasi correndo. E suo padre era rimasto solo.

«E poi?» dissi. Fu l’unica cosa che dissi.

Giovanni guardò fuori.

«È uscito anche lui. È venuto nel corridoio. Si è messo dietro la pressa, dall’altra parte, dove io non ero. Vicinissimo. Io lo sentivo respirare. Ha tirato fuori il fazzoletto.» Si fermò. «E ha pianto.»

Rimanemmo in silenzio. Il treno passò sopra i tetti, sopra un cortile dove qualcuno cantava.

«Senza fare rumore» disse Giovanni. «Con il fazzoletto sulla bocca. Tremava tutto. Io non mi sono mosso. Avevo paura che mi vedesse. Poi ha smesso. Si è soffiato il naso, si è pettinato con le dita, si è aggiustato la cravatta. E io sono uscito dall’altra parte e sono venuto da lei.»

Non gli dissi niente di suo padre. Non gli dissi che suo padre era un brav’uomo, né che il professore era un uomo cattivo, né che i grandi a volte soffrono. Tutte quelle cose le avrebbe capite da solo, o le aveva già capite, e dette da me sarebbero diventate più piccole. Gli chiesi un’altra cosa.

«Cosa credi che provasse?»

Giovanni ci pensò a lungo. Il treno rallentò, e poi riprese.

«Quello che provo io» disse. «Quando mi dice ripeti.»

E poi, dopo un poco, con una voce che non gli avevo mai sentito, una voce quasi da uomo:

«Allora anche lui ha paura. Per questo me lo dice. Perché ha paura anche lui.»

Non risposi. Lui si voltò verso di me, per la prima volta da quando aveva cominciato a parlare.

«Anche lei ha paura?»

Avrei potuto dire di no. Un’istitutrice non ha paura, a Berlino ce l’avevano insegnato; un’istitutrice è la persona su cui il bambino si appoggia. Ma quel bambino aveva sentito, dalla cima della scala, la storia di Emilio, e aveva visto suo padre piangere dietro una pressa idraulica, e non gli si poteva più raccontare niente che non fosse vero.

«Sì» dissi. «Anch’io.»

Lui annuì, come si annuisce a una cosa che si sapeva già. Poi tornò a guardare fuori, e io vidi che gli si erano rilassate le spalle, e che le mani, tra le ginocchia, si erano aperte.

*

Il primo di ottobre inauguravano la sezione ungherese, che era bruciata insieme alla nostra ed era stata rifatta, e c’era Giolitti.

Non che a Giovanni importasse di Giolitti. Ma la signora Porta era stata invitata, e aveva chiesto che fossimo presenti anche noi, e l’ingegnere aveva detto che un ragazzo di dodici anni doveva cominciare a vedere come si stava in società. Così Giovanni aveva il vestito della domenica, e io il mio unico cappello buono, e stavamo in fondo al piazzale davanti alla galleria rifatta, in mezzo a una folla di signori in tuba e signore con le piume, ad ascoltare discorsi che il vento portava via a metà.

Nicola Lanzillotti arrivò durante il secondo discorso. Aveva con sé due ragazzi del gruppo, e un terzo, nuovo, che non conoscevo. Si fecero largo tra le gambe dei grandi e vennero a mettersi proprio accanto a noi, come se fosse un caso. Non era un caso.

Per un po’ Nicola non disse niente. Poi, mentre un signore sul palco parlava dell’amicizia tra i popoli, si chinò verso Giovanni e disse, abbastanza forte perché sentissero anche i vicini:

«P-p-porta. Non hai più il b-b-berretto? L’hai p-p-perso in cielo?»

Due signore si voltarono. Una sorrise, credo senza capire. Gli altri ragazzi ridacchiarono, ma piano, per via del discorso.

Io guardai Giovanni. Sentivo, in quell’istante, tutto quello che era successo in quei sei mesi raccogliersi in un punto solo, come la luce in una lente. Avrei voluto mettergli una mano sulla spalla. Non lo feci. Non mi mossi. Era sua, questa.

Giovanni si voltò verso Nicola. Non aveva fretta. Lo guardò dritto in faccia, con la stessa attenzione con cui aveva guardato la signora Crivelli davanti alla vetrina, e suo padre davanti al motore fermo: come si guarda un meccanismo di cui si è capito il funzionamento. Non cercò di spiegargli niente. Non sorrise per farsi perdonare. Non si allontanò.

«No» disse.

Nicola aspettava l’inciampo. Lo vidi aspettarlo, con la bocca già pronta a rifarlo.

«Non ho n-niente da dirti, Nicola» disse Giovanni. «E non voglio che tu mi parli.»

C’era stato un inciampo, uno solo, piccolo, su una parola sola. Ma la frase era andata avanti lo stesso, fino in fondo, come un treno che sobbalza su uno scambio e non si ferma. E la voce era la sua. Non era forte, non era arrabbiata: era la voce ferma di chi dice una cosa che ha già deciso.

Poi Giovanni si voltò di nuovo verso il palco, e si rimise ad ascoltare il discorso.

Nicola rimase un momento con la bocca aperta. Disse qualcosa, credo, una di quelle sue frasi con i p-p-p, ma la disse al profilo di Giovanni, e il profilo di Giovanni non si mosse. Uno dei ragazzi rise, poi smise, perché nessuno aveva riso con lui. Una delle signore con le piume si voltò e fece «Sst!» a Nicola, con molta severità, come si fa con un ragazzino maleducato. Nicola arrossì. Era la prima volta che lo vedevo arrossire.

Dopo un poco se ne andarono, tutti e quattro, facendosi largo tra la folla. Poco più in là, accanto a una colonna, c’era Carlino Rusca, con la gamba ingessata e due stampelle, e la sua Fräulein a un passo. Aveva visto tutto. Guardò Nicola passargli accanto senza un saluto, poi guardò Giovanni. Non so cosa ci fosse nei suoi occhi. Mi piace pensare che fosse invidia; forse era soltanto una cosa capita troppo tardi.

Giovanni non si voltò a guardarli andare via. Guardò il palco fino alla fine dei discorsi, applaudì quando applaudirono tutti, e quando la cerimonia finì e la folla cominciò a muoversi verso la galleria, mi disse soltanto, a voce normale, senza il rumore di nessun treno:

«Andiamo a trovare Sultan?»

Andammo. Il vecchio con il fez ci salutò con la pipa. Giovanni rimase a parlare con il cammello per mezz’ora, e io, dalla mia panca, per la prima volta non ascoltai. Non ce n’era più bisogno.

*

A metà ottobre, alla Galleria del Lavoro, arrivarono i ragazzi della scuola industriale.

Erano venti, trenta, tra i tredici e i sedici anni, in grembiule grigio, con un maestro d’officina dai baffi gialli di tabacco. La direzione aveva concesso loro una corsia intera per tre settimane, e lì, davanti al pubblico, lavoravano ai torni e alle frese, limavano pezzi, montavano e smontavano un motore piccolo. Il pubblico li guardava come si guardano gli animali del circo. Loro non guardavano il pubblico. Guardavano il ferro.

Giovanni ci passò davanti la prima volta per caso. La seconda volta ci tornò lui. La terza volta mi chiese se potevamo restare un’ora, e io dissi di sì, e mi sedetti su una cassa, e lui rimase in piedi dietro la corda, e guardò un ragazzo di quattordici anni tornire un albero di trasmissione dall’inizio alla fine. Quando il pezzo fu finito, il ragazzo lo alzò alla luce, lo girò, e fece un piccolo cenno con la testa, uguale identico a quello che faceva il vecchio con il fez quando Sultan mangiava i datteri.

Il maestro d’officina si accorse di Giovanni. Venne alla corda, gli chiese se gli piacevano le macchine. Giovanni disse di sì. Il maestro gli chiese quale gli piaceva di più. E Giovanni, lì, in mezzo al rumore dei torni, gli rispose: gli parlò della pressa idraulica e del principio di Pascal, e del ciclo a quattro tempi, e di una valvola del motore di suo padre che secondo lui era disegnata male, e perché. Il rumore delle macchine lo copriva, e lui parlò per cinque minuti di fila. Il maestro lo ascoltò con le braccia conserte, e alla fine disse soltanto:

«Tu dovresti stare da questa parte della corda, ragazzo.»

Sul treno, quel pomeriggio, Giovanni non parlò. Pensava. Io lo lasciai pensare fino a casa.

La sera salì in camera mia, cosa che non aveva mai fatto. Bussò. Si fermò sulla porta.

«Papà vuole che a gennaio vada al ginnasio» disse. «Poi al liceo. Dice che è la strada sicura.»

«Lo so.»

«Io vorrei andare alla scuola tecnica. Dove vanno quelli. E poi all’istituto tecnico, e poi al Politecnico.»

«E cosa vuoi che ti dica?»

Lui ci pensò.

«Cosa devo fare» disse.

Non glielo dissi. Presi il quaderno nero, strappai un foglio dal fondo, e ci tracciai una riga in mezzo, dall’alto in basso. Da una parte scrissi: Cosa costa. Dall’altra: Cosa vale. Glielo diedi, con la matita.

«Questo l’ho fatto io, la notte prima di andare nello studio di tuo padre» dissi. «E anche la sera prima di mandarti da solo sul treno, a maggio. E otto anni fa, prima di partire per Berlino. Non ti dice cosa fare. Ti fa vedere quanto pesano le cose. Il resto lo decidi tu.»

Lui prese il foglio e se ne andò. Non so cosa ci scrisse. Non me lo fece mai vedere. So che la mattina dopo, a colazione, aveva gli occhi di chi ha dormito poco, e che il foglio, piegato in quattro, era nella tasca interna della giacca, insieme alla fotografia di Sultan.

*

L’esposizione chiuse l’undici di novembre, con la pioggia. Il giorno dopo cominciarono a smontarla.

Fu l’ingegnere a proporlo. Lo disse a cena, una sera di quella settimana, senza guardare nessuno in particolare: che il sabato sarebbe andato alla Galleria del Lavoro a controllare l’imballaggio dei motori, e che Giovanni, se voleva, poteva venire. Non l’aveva mai chiesto prima. Aveva sempre detto «Giovanni verrà», oppure «porti Giovanni, signorina». La signora Porta alzò gli occhi dal piatto e guardò il marito, poi guardò me. Giovanni disse di sì, con la testa. Poi disse anche: «Sì, papà», e la frase uscì intera, e l’ingegnere annuì e tornò alla sua minestra.

Il sabato andammo in tre, in carrozza. La sopraelevata non correva più.

La Galleria del Lavoro, senza il pubblico, era un’altra cosa. Era enorme, e grigia, e fredda, e le macchine erano ferme. Tutte. I telai non tessevano più, le presse non battevano, i motori non giravano; le avevano coperte con dei teli di canapa, e sotto i teli sembravano animali addormentati, o morti. Qua e là degli operai lavoravano con le casse e i chiodi, e i loro martelli facevano un’eco lunga, che andava fino al soffitto e tornava giù. Tra un colpo e l’altro c’era un silenzio che non avevo mai sentito in quel posto. Un silenzio da chiesa.

Io mi fermai all’ingresso dello stand, accanto alla ringhiera di ottone, dove l’operaio anziano con il grembiule stava inchiodando una cassa. L’ingegnere e Giovanni andarono avanti. Controllarono le casse dei motori, e l’ingegnere spiegò qualcosa all’operaio, e l’operaio annuì. Poi l’ingegnere si incamminò lungo la corsia, verso il fondo del capannone, e Giovanni lo seguì. Io li seguii con gli occhi, e poi, piano, a distanza, con i piedi.

Si fermarono davanti alla pressa idraulica.

Era ancora lì, alta come una stanza, coperta dal suo telo. Dietro, lo spazio stretto contro il muro. Accanto, il corridoio degli uffici, con le porte aperte e le stanze vuote. L’ingegnere non guardò il corridoio. Guardò la pressa, e sollevò un lembo del telo, e sotto apparve il ferro, scuro, lucido d’olio.

«Sai cos’è questa?» chiese a Giovanni.

Non era un esame. Lo capii dal tono: era una domanda vera, di quelle che si fanno a qualcuno di cui non si sa ancora bene cosa pensa. Forse l’ingegnere stesso non se ne rese conto.

Giovanni guardò la pressa. Poi guardò suo padre. Lo guardò in faccia, come aveva fatto il giorno della valvola di scarico: tutta la faccia, gli occhi, la barba grigia, le guance, le rughe intorno alla bocca. Lo guardò come si guarda qualcuno che si conosce.

«È una pressa idraulica» disse. «Funziona con l’acqua. Si spinge su un pistone piccolo, e la pressione passa nell’acqua, tutta uguale, e arriva a un pistone grande, e lì diventa molto più forte. Con poca forza da una parte si fa tanta forza dall’altra. L’ha scoperto Pascal.» Si fermò un momento, non per un inciampo: per pensare. «È come quando si dice una cosa piccola a qualcuno, e a lui arriva grandissima.»

Lo disse tutto. Lentamente, senza fretta, senza un solo inciampo, in un silenzio in cui ogni parola si sentiva fino al soffitto. Nessun treno la copriva. Nessuna macchina. Solo, lontano, il martello dell’operaio anziano che batteva sulla cassa, e si fermò, e non riprese.

L’ingegnere non disse niente. Non disse «bene». Non disse «ripeti». Rimase fermo, con il lembo del telo ancora in mano, e guardò suo figlio come se lo vedesse per la prima volta, o come se vedesse per la prima volta qualcosa di sé. Poi lasciò andare il telo. Posò la mano sopra, sulla canapa, all’altezza del pistone, e ce la tenne. Io ero a dieci passi, e vidi che la mano gli tremava un poco, e che lui la teneva ferma premendola contro il ferro, come Giovanni aveva tenuto ferma la fotografia sul treno.

«Non sapevo che lo sapessi» disse l’ingegnere alla fine. Aveva la voce bassa, un po’ roca.

«Lo so da tanto, papà» disse Giovanni.

L’ingegnere annuì. Guardò il telo. Guardò il corridoio vuoto, per un istante soltanto. Poi tolse la mano dalla pressa, e disse che bisognava andare, che la carrozza aspettava. E camminarono verso l’uscita, uno accanto all’altro, non uno dietro l’altro; e passando davanti a me l’ingegnere mi fece un cenno, e fu un cenno diverso da tutti quelli che mi aveva fatto in sette mesi. Non so descriverlo meglio. Era il cenno che si fa a qualcuno che si ringrazia, quando non si è capaci di ringraziare.

In carrozza, tornando, nessuno parlò per un po’. Io sedevo di fronte a loro, con le mani in grembo, e guardavo fuori le strade bagnate. Poi, all’altezza dell’Arco della Pace, Giovanni infilò la mano nella giacca e tirò fuori il foglio piegato in quattro. Non lo aprì. Lo tenne in mano.

«Papà» disse. «A gennaio non voglio andare al ginnasio.»

L’ingegnere si voltò a guardarlo.

«Voglio andare alla scuola tecnica. E poi all’istituto tecnico, e poi al Politecnico, come te.» Si fermò, non per la balbuzie. «Ho pensato a quello che costa. Lo so che il ginnasio è la strada sicura, e che la scuola tecnica è per i figli degli operai, e che la mamma dovrà spiegarlo alle signore del comitato. Lo so che se sbaglio perdo degli anni. Ma quello che costa è poco. E quello che vale è tanto. Le macchine ci sono adesso, papà. Sono qui, a Milano. Io voglio starci dentro. Non voglio guardarle da dietro la corda.»

Lo disse tutto. Lentamente, con qualche pausa, ma senza un inciampo, nel silenzio della carrozza dove si sentivano solo gli zoccoli dei cavalli sul selciato.

L’ingegnere guardò il figlio a lungo. Poi guardò me. Io non abbassai gli occhi. Poi guardò il foglio piegato nella mano di Giovanni, e non chiese di leggerlo.

«Ne parleremo con tua madre» disse.

Non disse di no. Da un uomo come lui, e Giovanni lo sapeva, era già un sì.

*

Partii il venerdì dopo.

La signora Porta mi aveva chiesto di restare. Me l’aveva chiesto due volte, la seconda con le lacrime agli occhi, e io le avevo detto di no, con tutta la gentilezza di cui ero capace. Giovanni avrebbe cominciato la scuola tecnica, a gennaio, con i ragazzi della sua età: l’ingegnere, alla fine, aveva detto di sì. Non aveva più bisogno di qualcuno che lo portasse in giro per i padiglioni. E io lo sapevo, ormai, cosa succede quando si resta oltre il tempo: si diventa l’ennesima persona che viene a tirarti fuori da sotto un tavolo in cui non sei più.

L’ultimo pomeriggio lo passammo al parco. Andammo a piedi, sotto un cielo bianco. Le cupole non c’erano più; al loro posto c’erano travi, cumuli di gesso, carri carichi di legname che partivano verso le segherie di Lambrate. La via del Cairo era già stata smontata, e il vecchio con il fez e Sultan erano partiti il lunedì, per una fiera a Marsiglia. Giovanni lo sapeva: era andato a salutarli da solo, la domenica, e non me l’aveva detto fino a sera. In mezzo a tutto quel disfare restava in piedi soltanto l’Acquario, con le sue pareti color crema e i suoi pesci, perché avevano deciso che quello doveva restare.

Ci entrammo. Il luccio era ancora lì, nella sua vasca, fermo, con l’occhio antico. Giovanni appoggiò la mano al vetro, come in aprile.

«Lui resta» disse.

«Sì.»

«E lei va via.»

«Sì.»

Poi si voltò, con la mano ancora sul vetro, e mi guardò.

«Lei guardava e aspettava» disse. «L’ha detto lei, alla mamma. Poi ha parlato.»

Non seppi cosa rispondere, e lui non aspettò una risposta.

Non mi chiese dove andavo, e io non glielo dissi. Andavo a Como, da mia sorella, e poi chissà: forse in Svizzera, dove una scuola nuova a Ginevra cercava insegnanti che sapessero il tedesco. Ma non era questo che contava, e lui lo sapeva.

La mattina dopo, nell’ingresso di via Borgonuovo, c’era silenzio. La signora Porta mi abbracciò. L’ingegnere, che non era andato in ufficio, mi strinse la mano e mi disse grazie, con la voce di chi dice una parola che non usa spesso. Il portinaio aveva già caricato il mio baule sulla carrozza.

Giovanni era sulla scala, con la mano sulla ringhiera, come la notte dell’incendio. Scese gli ultimi gradini. Si fermò davanti a me. Non c’era nessun rumore, in quell’ingresso: né treni, né macchine, né folla. C’erano soltanto i suoi genitori, e il portinaio, e la cameriera, tutti in piedi, tutti che guardavano.

«Arrivederci, signorina Chiara» disse. «Grazie per l’esposizione.»

Tutto intero.

*

In treno, verso Como, il rumore delle ruote era quello di tutti i treni, e mi riempiva la testa. Tirai fuori il quaderno nero. Sotto le righe di maggio e di giugno, sotto la riga di settembre, ne scrissi un’ultima. Ci pensai a lungo, perché volevo che fosse esatta, e alla fine scrissi soltanto: Parla.

Poi chiusi il quaderno, e guardai fuori, e mi accorsi che per la prima volta dopo Torino non avevo paura di quello che veniva.

L'esposizione di Chiara - seconda parte testo di Vittoria Solari
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